Rami (2007)

Come quando fuori piove

da un’idea di Giorgio Rossi
creato e danzato da Amina Amici‚ Sara Simeoni‚ Emanuel Rosenberg‚ Giorgio Rossi

collaborazione alla drammaturgia Mira Andriolo
scelte musicali Giorgio Rossi
disegno luci Alessia Massai
tecnico luci Mara Cugusi
audio e video Mauro Carulli
costumi Beatrice Giannini
testi Pablo Neruda‚ Italo Calvino‚ Cesare Pavese‚ Vaslav Nijinsky‚ Ernesto Ragazzoni
coproduzioni sosta palmizi e La Corte Ospitale
e con il sostegno di Ministero per i beni e le attività culturali e Sistema Regionale per lo spettacolo

Frammenti di umori vitali e piccole illuminazioni esistenziali si manifestano attraverso la poesia detta‚ danzata‚ suonata e immaginata.Uno spazio aperto dove l’intimità dei singoli e delle relazioni accade nella semplicità dell’ascolto‚ cercando di svelare misteriose particelle di vita.

“Come facciamo a capire qualcosa nel mondo che sta fuori di noi? La prima cosa da fare è dare un’occhiata‚ guardare alle cose che stanno nel mondo esterno‚ come dire… c’è un osservatore che ha gli occhi‚ poi‚ al di là ci sono le cose. Immaginate che l’osservatore sia una finestra‚ un vetro trasparente‚ che cosa c’è al di là della finestra? C’è il mondo. E al di qua della finestra? Che cosa c’è? Sempre il mondo e cos’altro volete che ci sia? Dato che c’è il mondo al di qua e c’è il mondo aldilà della finestra forse l’Io non è altro che la finestra attraverso la quale il mondo guarda se stesso. Insomma per guardare se stesso il mondo ha bisogno degli occhi di chi lo guarda”…

da uno sguardo del Prof. Enrico Bellone su Palomar di Italo Calvino

“Rami‚ come quando fuori piove” improvvisamente rivela quello che tutti sanno e sono‚ senza bisogno di evocare condizioni‚ ricercar metafore e simbologie: tutto è reale nella pressoché totale astrazione del gesto e della narrazione‚ che non è fatta di rimandi o di casuali assonanze‚ ma di piccole “svelature”‚ corpi mostrati‚ cose da sempre sotto gli occhi di tutti.
Il “pericolo” del testo è stato scongiurato‚ poggiando la parola su un confine tagliente‚ sull’orlo‚ le voci sembrano dover precipitare da un momento all’altro ed invece sopravvivono‚ le scritture si appartengono: si parla dell’uomo e della natura‚ senza melanconia o decadenza‚ senza remore di un mondo perduto‚ ma “tieni questa mano‚ non serve che mi uccidi.
Non ci sono emozioni in “Rami”‚ c’è il silenzio assordante della nostra natura‚ persa e ricompattata‚ immaginata‚ idealizzata‚ teorizzata addirittura‚ come se non ce l’avessimo sotto il naso quotidianamente; non c’è decadenza né peso‚ nonostante tutto sia così meravigliosamente complesso‚ senza complicazioni”.

Bruno De Franceschi